Articles, Blog

Fake News e Comunicazione Online – Roberto Saviano al WMF19


Arrivati a questo punto vi presento il
super ospite, o meglio, il video del super ospite. Signore e signori,
Roberto Saviano. Grazie assai, grazie. Grazie. Sono contento di essere qui, non è facile
in questi giorni, nel nostro paese, essere accolti. Invitarmi significa prendere
parte; invitarmi significa dare luce a degli argomenti che spesso è meglio non
toccare. Magari gli sponsor entrano in ansia, le
istituzioni iniziano a mugugnare. E quindi è doppio il mio
sentimento qui oggi, sono doppiamente felice perché si è fatta una scelta e
perché ho la possibilità di condividere e raccontare cose di cui si evita molto
spesso di narrare, e quando si narrano finiscono dentro la trappola della
propaganda. Ho capito negli anni che c’è un’unica
strada quando si smarrisce ogni tipo di certezza del dato, ogni tipo di
possibilità di discussione, ma si inizia solo a tifare.
Quindi chi è contro di te non ascolta neanche ciò che dici, rimarrà contro di
te; chi è con te probabilmente si fiderà ciecamente di te. E quella strada è la
testimonianza: testimonianza significa scegliere, indipendentemente dalle
conseguenze, di portare avanti una riflessione, di portare prove anche se
soltanto una persona cambierà idea o, al contrario, una persona si
rafforzerà nella sua idea. Testimoniare è lasciare traccia. Testimoniare è partire
da un dato che vai col tuo corpo a prendere e difendere.
Ecco, questa è la differenza del professare un’idea col testimoniarla: le
conseguenze di quel dato le porti sulla tua carne. Parto da delle foto che vi
voglio mostrare. La prima foto, una foto di Kim Phuc, è una foto che ha cambiato
letteralmente il mondo, non è un’iperbole. Il mondo conosceva
benissimo, perché tutti i telegiornali dell’epoca,
stiamo appunto nel ’72, parlavano della guerra in Vietnam. E i telegiornali
parlavano del napalm. Potete immaginarvi tonnellate di benzina, sostanzialmente,
riversata sui villaggi vietnamiti per bruciare la selva e permettere di
identificare i Viet Cong che si nascondevano nella selva; ma questa foto fatta da Kim
Phuc mostra una bambina nuda perché le fiamme le
hanno bruciato i vestiti e il suo corpo, perciò piange, infatti ha la
schiena piagata. Adesso è una signora, con una sua vita, dei figli…
E questa foto dice: “Ma quali lotte ai Viet Cong,
ma quale lotta ai comunisti, qui state bruciando i bambini”. E questa
entra anche in chi fino ad allora pensava ci fosse necessità di questa
guerra e inizia a trasformarsi il sentimento su questa vicenda.
La foto due, che invece è del ’43, è una foto, intanto, scattata da nazisti. Sì, è strano,
qui non c’è un reporter. I nazisti fanno questa fotografia al ghetto di varsavia
per dimostrare che stanno facendo bene il lavoro, cioè stanno pulendo il ghetto
dagli ebrei. Questa foto è incredibile, perché in
realtà non ha una grande diffusione nel ’43, negli anni successivi e in tutte le
antologie delle scuole del mondo oggi. Anche lui si è salvato,
sembrerebbe, non si ha notizia certa se sia andato negli Stati Uniti o diventato medico,
altri invece dicono che è un bambino che è rimasto anonimo. Perché questa foto è potentissima? Perché
smonta la propaganda, eppure era stata fatta per diffondere la
propaganda; cioè questa foto smonta tutto quello che era detto sugli ebrei:
banchieri, usurai, massoni, il popolo che determina il destino degli stati… qua c’è
solo un bambino terrorizzato che non sa perché viene cacciato di casa, sente i
cani abbaiare e alza le mani perché ha paura che lo ammazzino. Quindi finisce tutta la
propaganda e vedi solo questo. Così come la foto tre: 1993, Sud Sudan. Questa bambina, che si è salvata, sta morendo di fame quando arriva
Kevin Carter, geniale fotografo sudafricano, che vede questa scena: c’è un avvoltoio che sta
aspettando che la bambina muoia per mangiarsela. Questa foto arrivò come una bomba nelle redazioni di tutti i giornali, all’epoca
i giornali cartacei vendevano veramente milioni di copie in ogni Stato, e
raccontò la fame. La fame che sì, si conosceva, c’erano i video dei bambini
col volto pieno di lacrime dove si appoggiavano le mosche e il ventre gonfio.
Ma questa foto, dell’attimo in cui il corpo inizia a cedere, che tu hai mal di
testa, non hai fame, inizi ad avere la febbre, piccole convulsioni, insomma questa foto
è terribile: ti racconta tutto questo. La bambina fu salvata, lui era lì, il fotografo l’ha portata da una ONG, vinse il premio Pulitzer, fu attaccato.
Carter fu attaccato, iniziarono a dirgli: “Ma cavolo, guadagni sui bambini che
muoiono di fame, speculi, dovevi salvarla e basta”. La sua risposta fu molto
convincente, cioè: “Innanzitutto si è salvata, ma se non fotografavo, se non difendevo, se
non lavoravo su questo, questa storia diventava solo un atto conosciuto a
pochi e diventava anche, come dire, un atto di omertà. Cioè smettevo il mio ruolo
di fotografo che deve porre al centro dell’attenzione pubblica attraverso la
foto una vicenda che va oltre l’individuo
fotografato, il territorio fotografato”: Carter non resse né a quanto aveva visto
in Africa né a queste accuse e si ammazzò. Per capire quanto anche il fango…
lui lasciò un biglietto, dicendo “Questo mondo”, insomma, “ne ho visto
troppo. Io lascio qua, chiudo qua”. Questa foto cambiò davvero, nonostante le accuse,
la percezione sulla fame in Africa. Ora, tutte queste foto parlano però di
persone, di bambini, vivi, che sono sopravvissuti alla tragedia e
qui la foto li ha scovati. Invece la foto quattro, di Alan Kurdi,
ricorderete, del 2015: è la prima volta che una foto di un bambino morto
arriva in tutte le case del mondo, quantomeno d’Europa (questa in America
è passata molto meno), e perché? Perché la morte allontana eh, è storico: i
fotografi, quasi tutti i fotografi, sanno bene questa cosa, cioè che la morte ti
genera certo pietà, ma puoi girare lo sguardo, ecco. Ti senti di invadere o
comunque non vuoi rapportarti alla morte. Molti dicono, e io non ho secondo me
abbastanza diottria o competenza per capirlo, molti esperti di fotografia
dicono che (la foto è fatta da Nilüfer Demir, una fotografa donna turca) dicono: “Si vede
che c’è uno sguardo femminile in questa foto”. Io non riesco a capire, ma chiedendo
perché mi dicono: “Beh, perché probabilmente era più facile fare una
foto mostrando il suo viso dal mare, perché così racconti come è
avvenuta la tragedia, probabilmente era possibile farlo dall’alto, invece questa
fotografa ha scelto, sì, di fotografarlo ma di farlo da un’angolazione che
mostrasse il bambino in pace, nonostante la morte atroce”.
Questo bambino muore affogato in una pozza d’acqua, la cosa incredibile è
questa: suo padre infatti si salva, cioè se ci fosse stata una minima assistenza e la
minima prudenza… Stanno scappando alla Siria, erano giorni in cui l’Europa era
terrorizzata dall’invasione; questo bambino è affogato laddove si può
nuotare tranquillamente, galleggiare tranquillamente, non era in alto mare, era
vicino le coste. Noi viviamo in un Paese in cui c’è un
ministro che bacia i crocifissi, che parla in nome dei suoi figli, spesso si
dichiara padre e non sa che quando si muore di notte come è morto questo bimbo, i
bambini l’ultima parola che pronunciano è proprio “mamma”, perché un bambino quando è
spaventato e quando sta bevendo l’acqua, quindi sta annegando, è la madre che chiama
ed è impensabile che questo non sia un pensiero che attraversi le persone che
devono raccontare, avere a che fare politicamente con queste tragedie. È da
ricordare quando ci sono troppi crocifissi baciati. Questo bimbo, questa
fotografia, trasforma un’altra volta la percezione del fenomeno migranti:
la Germania aprirà dopo questa foto a un milione di profughi siriani i propri
confini, vengono accolti perché questa foto urla
“Non è possibile, non può succedere, ma com’è possibile? Cosa stiamo diventando?” Pensare, per esempio, che le foto possano
mutare il corso delle cose è forse dare troppa fiducia. Ma io sono invece
persuaso, spesso il percorso di una foto è non misurabile, è casuale, ma dicevo
sono persuaso che le foto invece siano la testimonianza, insieme alla parola, più
forte su questo argomento. Le foto successive, per esempio quella di
Josefa: questi occhi forse ve li ricorderete. È il 2018,
Josefa viene salvata da una nave di Open Arms, una ONG, che viene accusata
di essere taxi del mare, per questo ho chiamato così il mio libro,
In mare non esistono taxi. Chiamare taxi un’ambulanza. Non fatevi fregare
dalle balle. Cioè: “Sì, però, se ci sono loro è ovvio che le persone partono
e per questo motivo muoiono”. Bugia. Le navi iniziano a uscire perché dopo la
chiusura di Mare Nostrum, che salvava vite, i cadaveri iniziano a essere a decine, trovati dai pescatori di Lampedusa,
lungo le spiagge tunisine, libico-siciliane, e quindi si decide di andare
in mare a salvare persone. Qualche giorno fa sono morte, o forse ieri, 25 persone al
largo della Spagna, non c’era nessuno. Spariti. Un’onda di cadaveri.
Chi dice che è un pull factor sta mentendo sapendo di mentire, perché non è vero. Chi parte è disperato. Parte
indipendentemente dal sapere che forse qualcuno ti salverà. E abbiamo le prove,
perché dopo Mare Nostrum partivano in tantissimi e sapevano addirittura che lì
non c’era più nessuno. Perché è importante questa foto? Perché questa foto è una
donna che viene salvata aggrappata a un legno, ha accanto un’altra donna morta col
suo bambino morto, affogati; lei era certa di morire, quello è lo sguardo
di chi sta aspettando, nel gelo della notte, in mezzo al mare,
la fine. E perché sono rimasti lì in mezzo al mare e non c’erano altre
persone? Perché la Guardia costiera libica aveva prelevato questo gommone, su
cui loro erano, ha bucato il gommone e loro però
hanno scelto, sembrerebbe, di non salire su questa barca e rientrare in Libia, di non
tornare ai campi di concentramento, di non tornare alla violenza. Ora, immaginate:
dopo questo salvataggio emerge una foto, la foto sei, e
questa foto, con le sue unghie laccate, inizia a diventare virale
perché un’estrema destra, insomma, tutto questo côté di gente, giornalisti di
ogni ordine e grado, inizia a dire: “E questa doveva essere la donna a mollo in acqua
per giorni, con questa bella manicure? Con questo colore rosso sgargiante? È
finto. È un’attrice, è per farvi intenerire, è per continuare la tratta
degli schiavi” e le solite manfrine. Bugia. Questa donna, portata sulla nave, e i medici
sanno benissimo che si fa così, aveva bisogno di un recupero: il recupero della
fiducia del proprio corpo. Perché, come anche chi vive per esempio
situazioni di malattia oncologica e non, spesso il tuo corpo ti diventa nemico, perché ti fa
soffrire, perché ti sta facendo fare male, perché è qualcosa che inizi a
considerare nemico. Nel caso suo, Josefa era stata ovviamente stuprata,
come la maggior parte delle donne in Libia, scappata dal suo villaggio perché
sterile e quindi malvista dalla famiglia di suo marito.
Questa sterilità paradossalmente ne è diventato un vantaggio in Libia, perché
con le violenze lei non è stata costretta a partire incinta. E pensate a
quanti commenti dicono: “Ma queste donne sono pazze? Tutte incinte? Tutte con
i bambini piccoli?” È naturale. Arrivano, le violentano, e partono appena
possono, spesso incinte e spesso con bambini piccoli.
Bene. La prima strategia è ridare cura al proprio corpo come quando, appunto, sei
malato e vai dal parrucchiere, vai dal barbiere, che viene nella sala in
ospedale. Perché si fa? Per ridare dignità al tuo corpo e farti sentire accolto dal
tuo corpo non solo respinto e nemico, quindi la manicure era stata fatta per
recuperarla. Lei non parlava più, non si muoveva più.
Dannazione, siamo in grado di diffamare un gesto del genere. È stato
usato questo gesto per dire “buonisti”, per accusare decine come me di speculare,
manipolare, voler portare schiavi in Italia. Tra le palle che si continuano a
dire ci sono le epidemie. Nessuna epidemia è mai partita dai
migranti per una ragione semplice: quando si arriva sul territorio si è controllati
dai medici uno per uno, e loro hanno raccontato anche questa bugia. La foto diciotto mostra come i viaggi spesso
avvengono su questi tubolari, dei gommoni; gli uomini sono tutti a
cavalcioni, un piede dentro e un piede fuori; le donne per essere protette sono al
centro del gommone. E l’unica patologia, chiamata proprio “patologia del gommone”,
che è la vera patologia dei migranti, sono le ustioni di cui forse non avrete mai
sentito parlare. Sono le ustioni della foto della successiva, eccole, che hanno le donne,
che come sempre pagano un prezzo più alto. E queste ustioni da cosa sono
date? Dal fatto che il motore perde benzina, il gommone imbarca acqua, le
donne che sono al centro urinano, quindi tutte le feci dei profughi sono lì
raccolte, e insieme all’acqua salata e al sole esce una miscela esplosiva che ti
corrode letteralmente le caviglie, i glutei, i polpacci e arrivano quindi queste
donne ustionate. E nessuno parla diquesto.
Parlano della tubercolosi che dovrebbero diffondere, no? E io spesso dico, quando questi banditi
chiamano le ONG “taxi del mare” o chi salva “buonisti” dico: “Vi prego, iniziate a
conoscere questi trafficanti”. Perché quante volte Salvini dichiara le
ONG complici dei trafficanti, complice dei trafficanti è lui
perché fa accordi con la Libia. Complice dei trafficanti…
[applausi] Complice dei trafficanti
è chi affida il salvataggio in mare a una Guardia
costiera composta da trafficanti, denuncia ONU, che non ha alcuna
competenza per salvare in mare. E guardate i volti: le foto venti, ventuno, ventidue,
ventitrè, sono i volti di Loris, mio amico, persona davvero speciale, Osama, Loren, Paola, sono tutte
persone che agiscono salvando vite. Si mente su di loro: “Guadagnano! Si
arricchiscono!” Anche qualora guadagnassero, in realtà guadagnano come qualsiasi medico,
anzi spesso meno, quando sono medici, o come infermieri, o come operatori. Hanno
uno stipendio normale. Ma anche qualora, io spesso mi chiedo (a me piacerebbero
guadagnassero di più, sempre di più): ma perché devono guadagnare solo i
calciatori? Perché per noi ci sembra normale che uno
non debba guadagnare? Perchè uno non può guadagnare
facendo questo lavoro, impegnando mesi? Questa foto mi piace
molto, Irene Paola Martino, perché è
un’infermiera, perché il contatto con gli occhi, il contatto visivo, il guardarsi negli
occhi è fondamentale. Perché loro sono abituati, dopo anni o mesi, dipende dalle
fortune, nei campi di concentramento libici a non incrociare mai lo sguardo
dell’altro, perché può essere una minaccia. Può menarti la guardia
carceraria o anche il tuo compagno di cella e infastidirsi: “Cosa mi guardi a
fare?” Lei uno per uno gli raccoglie il viso
tra le mani e li guarda negli occhi, come dire: “Non tutti gli uomini sono come
quelli che hai incontrato, ci si può ancora guardare negli occhi e
riconoscersi”. È fondamentale conoscere
queste cose, per questo vi voglio far vedere
l’ultima foto, che è una foto a cui tengo particolarmente.
Ho scritto tutto il libro con questa foto dinanzi agli occhi, la ventisei.
Questa foto magnifica, di Giorgos Moutafis, fatta sulla nave Astral,
è una bimba, Housaida. Housaida è una bimba siriana. Le foto, lo ripeto sempre, non
vanno viste, vanno lette. Lette significa tenute davanti agli occhi, osservate nei
dettagli, come facciamo con le pagine, no? Devono respirare dentro di noi,
sennò le spolliciamo solo e spesso passano anche dalla memoria, invece se
tu le leggi inizi a fartele entrare dentro. Questa foto mi ha colpito:
ovviamente c’è questo sguardo, di una bimba che probabilmente ha perso tutto,
ha smesso andare a scuola, è scappata di notte come scappano sempre i profughi, non
ha più i suoi giocattoli nella sua stanza, non ha i suoi amici. E poi quel dito sulla gamba, come
dire, lo immagino nervoso, non ci sono altri scatti ma lo immagino nervoso,
avanti e indietro, un gesto quasi a sfogare un’ansia. L’ho tenuta talmente tanto tempo
che poi ho approfondito, ho cercato di capire cosa avesse passato questa
bambina. Questa bambina si è salvata aggrappandosi a un cadavere in mare,
poi sono arrivate le ONG e li hanno tirati su. Lei era aggrappata con la sua famiglia a
cadaveri, agli altri con cui erano partiti, probabilmente li conoscevano anche.
Metà sono morti, alcuni sono sopravvissuti.
E quindi in quegli occhi si vede tutto questo.
Ora, per chiudere: cosa ci rimane da fare? Molte cose.
Innanzitutto smettere di essere neutrali, perché essere neutrali di fronte a tutto questo
significa essere complici. Smettere di credere alle balle, non c’è nessuna
invasione. Smettere di credere che insultando chi salva, maltrattando o
diffamando queste persone, terrorizzando i cittadini italiani si possa risolvere
qualcosa. Non sono queste le strade. “Noi li vogliamo ma non clandestini”: bugia.
Bugia. Sapete perché si sceglie la via del mare?
Perché la via legale non esiste, non ti danno i visti di lavoro.
“Se venissero con gli aerei”, nessuno viene con gli aerei perché non ti
imbarcano, altrimenti è ovvio che se ci fosse la possibilità di fare domanda, di chiedere
lavoro lo farebbero. Palle. Palle, perché? Per avere voti.
E sapete cosa succede? Che loro, dicendo tutto questo, ottengono consenso,
ottengono ministeri, ottengono RAI, ottengono posti. E la controparte? Le
ONG, gli intellettuali e i giornalisti, le persone, gli operatori, gli individui, i
preti, chi dice non è vero, non ottenendo cose: cosa otteniamo dicendo questo?
Qual è la cosa? Vendi meno, anzi ti odia
mezzo Paese. Paradossalmente noi veniamo considerati
pagati da qualcuno, come se qualcuno stesse lì a dire: “Ecco la cospirazione degli
ebrei, dei massoni, di Soros”, mentre loro ottengono cose dicendo questo. È
incredibile che dobbiamo difenderci noi e dimostrare che lo diciamo in base ai
dati, perché il nostro lavoro è ricercare la verità, è impegnarsi. Invece loro che
lo fanno per ottenere vantaggio, e l’hanno ottenuto, l’abbiamo visto. Invece no:
sono super partes, lo fanno con autenticità, senza
condizionamenti. Questo è paradossale: noi
siamo ormai abituati a credere alla crudeltà come
autentica e a qualsiasi riflessione empatica come sospetta.
Se io in un dibattito ti dico “grande testa di cazzo” sono percepito come
uno che dice “pane al pane”, uno autentico.
Se invece sono educato, cerco di interloquire con educazione di accogliere:
“Paraculo, chi ti sta pagando? Ci stai guadagnando da questa cosa?” È assurdo.
Qualsiasi posizione violenta è vista come vera. Qualsiasi posizione di
giustizia è vista come ipocrita. Ci hanno fregato, ce la stanno facendo. Non è
possibile. E ognuno di noi può cambiare le cose. A tavola, a casa, sui bus, sul posto
di lavoro. Se è un investitore investendo, prendendo
parte, non temendo di prendere parte pensando: “Beh, però poi ho
tanti haters, un pezzo di mercato lo perdo”, perché stiamo perdendo molto di
più che il mercato, stiamo perdendo il diritto. Roberto Saviano. Fatti abbracciare. Grazie. – Vuoi un po’ d’acqua?
– Sì. – È colpa sua che sono qui. Tutta colpa tua.
– No, no. Questo è stato davvero… per noi… non so neanche descrivere cosa
vuol dire averti qui con noi. Ci siamo confrontati con Roberto un mesetto
fa e abbiamo condiviso una serie di temi, andando anche un po’ oltre il tema
dell’integrazione. Naturalmente il macrocosmo per noi è sempre stata
l’innovazione sociale, tutto quello che noi facciamo per per migliorare la
società. Non posso non approfittare di
farti una domanda rispetto al tema della legalità, e quanto oggi la comunicazione,
soprattutto la parte online, può aiutare a diffondere la cultura della
legalità e a lottare contro le mafie. Moltissimo, nella misura in cui una serie
di informazioni che passerebbero, per esempio, negli articoli o anche nei doc, come irraggiungibili a una fetta
importante di pubblico perché magari disinteressato, o sente lontana
quella informazione, il web può invece avvicinare moltissimo. Non solo, può
creare memoria ci sono decine, centinaia di storie che per esempio quando ero un
ragazzino era impossibile andare a trovare. Faccio un esempio: la storia di
Pippo Fava, di don Peppe Diana, ammazzato a 30 anni nelle
mie zone. E io quindicenne. Non c’era un libro, i libri difficili da trovare li andavi a trovare
in biblioteca, adesso invece metti il nome e hai moltissime informazioni.
C’è però una differenza, cioè l’informazione online deve essere
un’informazione curata, deve essere un’informazione con investimenti, perché il
rischio è che così come è gratis è facile realizzarla in maniera
superficiale, fruirla in maniera
superficiale. La sfida è riuscire a far diventare virale i contenuti e non semplicemente
ciò che è più facile rendere virale, quindi, non so, i prank, che sarebbero gli scherzi,
le fesserie, insomma, e le fake news. Il dato interessante di cui parlammo
quando ci siamo confrontati un mese fa era che il post più condiviso della
campagna elettorale americana, l’ultima, che ha portato alla presidenza Trump,
sapete qual era? “Il Papa appoggia Donald Trump”. È una palla totale, ma è stato
condiviso milioni di volte. Il post più condiviso. E questo è pericolosissimo.
– Assolutamente. Tra l’altro quello che noi proviamo a fare, nel nostro piccolo, e
un’attività di sensibilizzazione ma anche qualcosa di concreto.
Durante la tre giorni troverete all’interno dell’area espositiva esterna
un monumento dedicato a Falcone e Borsellino, non so chi l’ha visto, è una
collaborazione di abbiamo col Premio Borsellino, quindi c’è anche questa
statua. Il terzo giorno ci sarà Federica Angeli sul tema della legalità.
Un altro tema, non possiamo non trattarlo, perché parliamo anche di brand, di
comunicazione, di aziende. Prima vi dicevo che Lucano ci sarà nel
pomeriggio, la chiusura della mattinata è tenuta da Andrea Buffoni di Salesforce,
che ci parlerà dello stato del marketing, di intelligenza artificiale e altro.
Però nel confronto che abbiamo avuto hai detto un cosa molto forte
sui brand aziendali e sul fatto di sposare alcuni temi.
– Sì. Il rischio più grande per il brand, e questo avviene particolarmente in Italia, nel mondo
anglosassone lentamente sta cambiando, è il terrore di schierarsi, cioè cercare di
prendere figure, per esempio, pubbliche, neutrali che non dividono l’opinione
pubblica, avere prudenza, non prendere posizione, “Aspetta, sennò perdiamo”. È una
visione molto, molto vecchia e anche che non funziona più, perché quanto più
è neutrale un marchio più, diciamo, il consumatore inizia a sentire che non
sta partecipando a un mondo, ma sta semplicemente commerciando, quindi io sto
comprando un prodotto. Può funzionare ma fin quando? Fin quando la situazione
è ancora in equilibrio, ma quando vengono prese scelte spesso autoritarie
il marchio con chi si schiera? Con chi sta? Questo nel web è importante,
perché per esempio finanziare progetti di contenuto è difficilissimo, provate a
vedere quali sono e quanti sono i marchi che finanziano trasmissioni online,
uso un’espressione volutamente errata: trasmissioni. Perché secondo me l’online
ultimamente sta sostituendo la televisione. Provate a vedere quanti sono i
marchi che investono in contenuti letterari, storici, scientifici,
pochissimi. Sapete perché? Perché a volte, anzi spesso si
contano i numeri, non si pesano. Un video che mi fa 20.000 click sui
buchi neri nello spazio o mi fa 50.000 click su Waterloo vale molto di più dei 5
milioni, dei 20 milioni, dei 30 milioni di un prank, di una pubblicità scema o, per
esempio, di un video musicale. Attenzione: il prank, il
video simpatico sono ovviamente dignitosissimi, sono io personalmente un grande
consumatore di queste cose, ma attenzione, si rischia di perdere il contenuto.
Quindi un brand oggi, è il contrario, più sa narrare se stesso più prende
posizione e, anche se perde un pezzo di mercato,
la parte a cui si rivolge lo rende ancora più radicato, gli da ancora più
un’identità. Questo sta succedendo: da che parte del mondo stai con i tuoi soldi? O
vuoi solo fare soldi? È ovvio che dietro i soldi ci sono idee,
progetti, costruzione. È questo il web, ti da un immediato ritorno sulle sue
scelte molto più che fuori dal web, dove ci vogliono dei tempi per capire. Invece un
brand, quando sceglie da che parte stare online, immediatamente lo sta comunicando.
E questa è una battaglia, secondo me, lunga dei prossimi anni.
– È molto difficile, ma sicuramente ce la faremo. Fammi chiudere questa parte.
Successivamente avremo un’altra parte dedicata all’innovazione sociale e tra
un po’ lo vedremo; dopo, un panel con Buffoni sull’innovazione digitale e
stato del marketing. Al termine ci sarà la possibilità di
avere il firma copie con Roberto all’Info Point, all’accreditamento del Web
Marketing Festival. Prima di chiamare il prossimo ospite insieme a te,
lasciami dire una cosa: penso che il punto centrale, di contatto, tra Roberto
Saviano, e tutto quello che trasmetti, e il Web Marketing Festival è quello che
dicevo prima in apertura, ossia il fatto di mettere al centro di qualsiasi
azione e attività la società. Noi abbiamo parlato, due anni
fa, di rivalutare il termine e il ruolo dell’imprenditore. L’imprenditore
è chi si fa carico di attività, di azioni che, prima di avere un impatto sul
fatturato, hanno un impatto sulla società. Quindi essere imprenditori della società
e non di se stessi, e credo che tu sia una delle massime espressioni di
imprenditore della società. – Mi piace.
– Roberto Saviano. Grazie, grazie assai. Grazie.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *